[...] L’affilata copertura triangolare che fende l’aria con indomito coraggio, pare in effetti rifarsi all'elegante dentatura del mammifero, su cui grava da sempre un cupo alone di malvagità e ferocia, effige comunque di prestanza ed autorevolezza. Un vigore parimenti espresso dalle dolomitiche pareti retrostanti, a cui il rivestimento metallico pare fondersi in virtù della fisionomia verticale e dell’altezza irregolare di ciascun modulo [...].

da "Rifugiarsi nella descrizione di un attimo - Vol. 1", 2013

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In questi spazi trovate alcuni miei articoli. Riflessioni, recensioni, considerazioni. Non costanti, non puntuali, ma senza dubbio sincere.

MAKHNO

 

Frontiera. Un sostantivo tristemente attuale, un luogo fisico e talvolta immaginario sul quale si incontrano e si scontrano, da sempre, volti e facce differenti. Frontiera. Dal latino frons-frontis, fronte, faccia, volto per l’appunto, come quello (solo immaginario) di Makhno, l’enigmatico protagonista dell’ultimo e omonimo documentario di Sandro Bozzolo. Un lavoro intenso che si muove sulla frontiera alpina tra l’Italia e la Francia e ne carpisce i segreti e le memorie, osservando da vicino l’evoluzione temporale del significato stesso di confine: da limite fisico-geografico a barriera militarizzata, da semplice alterità linguistico-culturale a dicotomia sociale tra il mondo urbano e quello rurale. Makhno peregrina tra piccoli borghi, colli e malghe, abbraccia pareti rocciose e pascoli, cammina silenzioso ascoltando l’eco del passato. Il suo è uno sguardo olistico e psichedelico, che sa cogliere ogni cosa nel suo insieme e la riproietta in una dimensione extrasensoriale. Il suo incedere tra le vallate alpine occidentali tradisce un pensiero anarchico da cittadino del mondo che non conosce bandiere né distinzioni (evidente il richiamo nominale all’eroe ucraino Nestor Ivanovic Makhno). Nelle pieghe un po’ criptiche di questo intreccio ben riuscito tra fotografia e musica, la certezza di come la frontiera non sia una linea fisica continua, ma un groviglio di pensieri e di paure che rotolano fino a valle stuzzicandoci nella quotidianità. Le impronte soffuse lasciate da Makhno quale unica via d’uscita prima dell’implosione sociale. 

Acqua e Terra

Parlare ad un piemontese di un evento totalitario nella sua tragicità come l’alluvione del 1994, non è mai facile. Una ferita cicatrizzatasi in superficie ma in realtà viva nella memoria, ancora sanguinante quando il cielo torna cupo, quando gocce fredde e pesanti come un tempo riprendono a cadere con vigore sull’asta del Tanaro e dei suoi affluenti. Sintetizzare in immagini, dialoghi o riflessioni la catastrofe di quei giorni è allora un’operazione ardita e complessa, pericolosamente barcollante sul baratro della retorica e della banalità. Nel ventesimo anniversario di quel buio weekend del 5/6 novembre 1994, Federico Moznich ci presenta però un’opera innovativa, un viaggio intertemporale da Garessio ad Alessandria narrato da chi, quei minuti, li ha vissuti in prima persona. “Acqua e Terra – La grande alluvione del Piemonte” intende infatti soffermarsi sull’aspetto più emergenziale dell’evento, sullo spirito più cooperativistico e sociale, sulla rivoluzione comunicativa che l’alluvione piemontese ha rappresentato per l’intero sistema di allertamento meteo-idrogeologico nazionale. L’effetto Fosbury per la Protezione Civile italiana ha insomma avuto luogo in Piemonte nel novembre 1994. Un documentario calibrato e attento dove il fango asfissiante di quei momenti si alterna alle acque placide e bucoliche di oggi, impegnate a bagnare le opere ricostruite con la solidarietà e il sostegno di tutta l’Italia e di tutta l’Europa. Un Piemonte invaso da migliaia di volontari, militari e professionisti; un Piemonte, però, anche in grado di restituire i soldi stanziati ma non spesi, grazie ad amministratori onesti, capaci e paladini del territorio e della sua gente. Un lungometraggio ben riuscito, in definitiva, dedicato a chi c’era e a chi non c’è più, ma pensato per chi c’è oggi e per chi ci sarà domani.

Verso un nuovo mattino

“Verso un nuovo mattino. La montagna e il tramonto dell’utopia”. Da questo titolo, non banale e forse un po’ criptico, capiamo subito che Enrico Camanni stavolta non sarà solo l’eccellente narratore che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. La sua figura diventa infatti l’unica in grado di scorgere contemporaneamente il mattino e il tramonto, mantenendo la montagna al centro. Lo sguardo di Camanni amalgama cioè l’interno con l’esterno e il suo diviene il punto di vista di chi c’era, di chi ha vissuto, di chi ha conosciuto e di chi ha continuato a raccontare nonostante tutto.

1972. Gian Piero Motti consegna alla “Rivista mensile del Club Alpino Italiano” il provocatorio ma autobiografico racconto I falliti. Una scintilla ideologica che incendia un substrato di giovani scalatori intenti a galleggiare sull’onda lunga del Sessantotto. Nessuna retorica politica però, anche se lo spirito di quegli anni impregna ancora l’aria, soprattutto in Italia. Una semplice constatazione: l’alpinismo non può trasformarsi nella compensazione dei fallimenti quotidiani. Per essere realmente rivoluzionari, gli alpinisti devono imparare a vivere come gli altri. Una persona, in definitiva, si misura dalla sua sensibilità e non dalla sua temerarietà. Per troppo tempo la vetta si è trasformata in un dovere da compiere seguendo logiche militari (“l’occupazione della postazione estrema”) o religiose (“la croce del martirio stagliata nel cielo”). È giunto il tempo di liberarsi da catene così stringenti, mozzando innanzitutto l’apice. La via, insomma, diventa l’altopiano. Niente cime o vette immacolate. Conta il viaggio, l’arrampicata, il divertimento libero.

Ha così inizio il movimento del “Nuovo Mattino” che raggiungerà la sua primavera nel 1975 con l’apertura della via “Itaca nel sole” da parte dello stesso Motti lungo il muro centrale del Caporal in Valle Orco.  Alla base il desiderio di trasgressione e di libertà, la ricerca dell’avventura e il rifiuto della strumentalizzazione della montagna e della natura. Camanni ripercorre quegli anni, delineando efficacemente le figure e il pensiero di Motti stesso e poi di Grassi, Galante, Bonelli e Gobetti, intrecciando alle loro vicende la propria vita privata e professionale, come studente, alpinista e redattore della Rivista della Montagna. L’autore sintetizza poi l’evoluzione graduale dell’alpinismo e dell’arrampicata, con le nuove mode e con il rovesciamento del fine ultimo: dalla vetta alla parete, dal grado di difficoltà al tempo di ascesa.

La giusta consacrazione letteraria per un movimento straordinario nella sua ideologia nonché un breve saggio antropologico sul passaggio epocale da alpinismo a sport, con la democratizzazione che quest’ultimo ha comportato. Dietro il lavoro di Camanni, però, c’è di più. C’è una dimensione autobiografica latente che lascia trapelare le emozioni sincere di chi ha vissuto, gioito e pianto per le singole vicende e amicizie. C’è uno sguardo sociale profondo che sa contestualizzare gli eventi, offrendo parallelismi e interpretazioni attuali e coinvolgenti. C’è soprattutto la consapevolezza di un tempo che è passato troppo in fretta, apparentemente senza lasciare traccia per l’arrivo burrascoso del conformismo. “Potendo fare di tutto, decidiamo di fare quello che ci piace, che ci diverte. A parte la grandissima crescita sulla difficoltà nell’arrampicata sportiva, cosa lasceremo alle generazioni future?” Così, ad esempio, Eva Grisoni, forte scalatrice bresciana classe 1977. Non tutto, però, è perduto. Camanni ha mantenuto lo spirito battagliero di un tempo e con “Alpi Ribelli” ha tentato, attraverso esempi valorosi del passato, di risvegliare dal torpore la società civile. Ha così scoperto giovani e meno giovani che ancora si infervorano, che ancora lottano, che ancora perseguono scopi e ideali. “Verso un nuovo mattino”, forse, è anche per loro e per tutti noi, affinché ci possiamo riappropriare di un’identità ideologica perduta. La sua lettura, pertanto, è fortemente consigliata.

Frontiera


(Questo racconto ha vinto il Premio Adventure Awards Days in seno al Blogger Contest 2018 indetto dal portale Altitudini.it)


Mastico un freddo di prima estate che mi penetra nelle ossa, sputo il dolore che per troppo tempo mi ha imprigionato la testa e le gambe. Faccio fatica a risalire quella rampa resa lucida e scivolosa da una rugiada inattesa. Procedo un passo dopo l’altro, calpestando steli d’erba ancora sonnolenti. 

I battiti mi riecheggiano dentro, quasi volessero dialogare con la mia testa e le mie orecchie. Dovrei rallentare, forse, ma non riesco. Accelero per qualche metro lungo un traversone particolarmente ripido, poi d’improvviso asfissia, male alla testa, nausea. Passano trenta secondi e vedo solo più buio. Mi fermo e mi inginocchio, controvoglia. Sulla schiena sudata il respiro del vento, ora schiaffi, ora carezze. Qualche conato e sul terreno le tracce del mio malessere. Sofferenze, ricordi, rimpianti. Dopo un paio di minuti riparto, stavolta con più calma. Inspiro e lo sguardo corre da un versante all’altro. Espiro e la testa si alleggerisce dopo aver cacciato fuori dalla memoria le impronte di quei sentieri neri. Momenti bui per l’animo umano, bassifondi di solidarietà impensabili.

Cominciava a far freddo e stavo ritornando a valle dopo l’ennesima escursione autunnale. Le intravidi da lontano nonostante la nebbia imminente. Tre sagome che camminavano a fatica, verso di me e verso il confine, lungo il ciglio della strada. Continuai a scendere finché non ci trovammo a pochi metri di distanza. L’uomo accelerò il passo e mi venne incontro. Pareva agitato, preoccupato, impaurito. Si buttò ai miei piedi senza proferire parola. Gli occhi parlavano per lui. Mi bisbigliò poi qualcosa con un filo di voce, in un impasto tra francese, inglese e italiano. Mi chiedeva aiuto per raggiungere i suoi familiari oltre la frontiera. Poco dopo arrivarono anche la donna e il bambino, le cui lacrime si erano prosciugate per quell'aridità di sentimenti e di umanità. Non avevo idea di cosa fare. Mi guardai intorno. Nessuna macchina, nessun rumore, solo l’eco della sera che si stava avvicinando. Fissai i loro occhi, ormai svuotati di speranza e di dignità. Non potevo andare fino al paese, ma decisi comunque di accompagnarli oltre il colle fino alla vecchia casetta del guardiacaccia. Lì, almeno, avrebbero passato la notte al riparo, poi al mattino avrebbero tentato di proseguire. Feci allora cenno ai tre di seguirmi, mi voltai e ripartii in direzione della frontiera. Il sentiero risaliva il versante prima di tuffarsi in una fitta lariceta e trasformarsi in un’agevole carrareccia. Velocizzai il passo per allontanarmi il prima possibile dalla statale e i tre mi seguirono in silenzio, come anestetizzati. La luce calava poco alla volta e quel sentiero mi pareva sempre più buio, sempre più nero, sempre più ostico. Risalito il versante, superammo un falsopiano ed entrammo finalmente nel bosco. 

Mi sentivo più tranquillo, più sereno, convinto soprattutto di essere nel giusto. D’improvviso però, dietro un tornante, quelle quattro sagome. Un flash, un istante, uno scambio di sguardi. Capii subito e loro, altrettanto rapidamente, fraintesero. Mi fiondai giù per il pendio inseguito dalle urla e dalle minacce. Cento metri, forse meno, finché la caviglia non mi rimase incastrata in una piccola fossa. Il mio dolore si sovrappose alla loro rabbia. In pochi secondi mi furono addosso con i manganelli e con le armi. Prima di andare in ospedale, dieci ore di interrogatorio, di minacce, di insulti. E poi due settimane di prigione da innocente, finché tutto non si risolse ovviamente senza scuse. 

Diversi mesi per guarire nel fisico e nella mente. Per interiorizzare quei sentieri neri che mi avevano visto protagonista di un cortocircuito sociale. Ed ora eccomi qui, di nuovo su una sterrata che punta alla testata della valle. Ai lati prati, abeti e ancora larici, che stavolta riesco però a raggiungere con la mente leggera.

 

Il sole ormai alto rende il cielo di un azzurro vivo. La luce si diffonde nella vallata, ma qua e là resistono comunque ombre più o meno lunghe che si muovono e si deformano. Sotto il loro abbraccio il terreno si scurisce e i sentieri tornano ad essere meno nitidi e più neri. Dopotutto là dietro c’è un’altra frontiera da attraversare, ma non adesso. Oggi mi fermo qui, in controluce sotto lo sguardo vigile del rifugio, ad ascoltare il respiro del mondo e a fissare l’acqua che scorre, nonostante tutto.