Rendez-vous 2200


L’appuntamento ha avuto luogo domenica 23 aprile al Teatro Marenco di Ceva, un gioiello silenzioso e apparentemente introverso, che si nasconde nel centro medievale della piccola città cuneese che profuma già di Langa e di Liguria. Un palcoscenico raffinato trasformatosi per la prima volta in un habitat selvaggio, in un pianoro d’alta quota da cui scorgere i suoni della montagna e i movimenti dei suoi abitanti naturali. Del lupo soprattutto.

Un teatro divenuto simbolicamente un rendez-vous, un luogo d’appuntamento o, più propriamente, un’area semiaperta caratterizzata da un sistema di piste e giacigli protetti da una fitta vegetazione, nella quale i cuccioli di lupo attendono i genitori di ritorno dalla caccia, come osservato per la prima volta da Paul Joslin nel 1967 nel suo saggio “Movements and home sites of Timber Wolf in Algonquin Park”.

Da questo prende spunto l’omonimo spettacolo “Rendez-vous 2200”, promosso dal progetto LifeWolfAlps in collaborazione con il Muse – Museo delle Scienze e il Centro Servizi Culturali Santa Chiara e inscenato dalla Compagnia TrentoSpettacoli. Una pièce semplice dalla scenografia minimale, diretta da Lorenzo Maragoni e interpretata da Maura Pettorruso (nelle vesti anche di sceneggiatrice), Stefano Detassis e Sara Rosa Losilla.

Al centro della scena una tenda triangolare attorno alla quale si intrecciano e ruotano non a caso le vicende di tre personaggi: un biologo (Detassis), una fotografa (Pettorruso) e una turista (Losilla). Tre paradigmi moderni, coinvolti indirettamente nell’ormai dibattuta “questione lupo”: gli occhi della scienza, apparentemente asettici e distaccati, incapaci però di contraddire realmente il Re Lear di Shakespeare (“E’ matto chi si fida della docilità del lupo”); lo sguardo di una macchina fotografica, sineddoche della comunicazione moderna e dei mass media in generale, abili ad accendere i riflettori sul predatore ma incapaci nella realtà a favorire il dialogo tra le parti; il pensiero comune del turista medio, infine, legato ancora all’iconografia malvagia del lupo, assorto nelle sue paure e nei suoi stereotipi.

Una tenda, allora, quale cicatrice leggera della presenza dell’uomo ad alta quota (ad esempio in una radura a 2200m. di altitudine), ma anche quale simbolo dell’antropocentrismo dilagante che rischia di affossare l’ambiente che da sempre ci accoglie, immaginando una ricostruzione virtuale ambientata nel 2200. Una finzione nella finzione, un teatro nel teatro, una compenetrazione attenta tra reale e virtuale. Uno spettacolo breve ma intenso, sul lupo ma non per il lupo. Una metafora più allargata sull’incomunicabilità tra le parti, sul rischio concreto che un domani non troppo lontano, l’assuefazione alla virtualità possa portarci ad abbandonare l’esperienza reale, rendendoci incapaci di indignarci di fronte all’estinzione di una specie. 

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